NONVIOLENZA ATTIVA E DIFESA DELLA PACE
LE DONNE-OGGETTO NEL PAESE DI BENAZIR
“Si chiamavano Raheena, Hameeda e Ruqqaya. Erano tre sorelle: la più piccola aveva 16 anni, la maggiore 18…”
Ci racconta la loro storia Francesca Caferri in “D” del 6.12.2008
“…A luglio commisero un crimine imperdonabile agli occhi del loro clan: scapparono di casa per sfuggire ai matrimoni combinati e sposare i giovani che amavano.
Ma la fuga durò poco: trovate, riportate al villaggio e condannate dall’assemblea degli anziani, la jirga, a una morte che servisse da lezione a tutte le donne tentate di imitarle.
Le tre ragazze furono lapidate e sepolte mentre erano ancora vive. La loro storia sarebbe rimasta chiusa tra le montagne del Baluchistan, provincia del Pakistan ai confini con Iran e Afghanistan, se una rete di attiviste non l’avesse fatta arrivare fino a Islamabad.
«Sono tradizioni vecchie di secoli e io continuerò a difenderle», disse in Parlamento l’allora rappresentante di un partito nazionalista balucho, Mir lsrahullah Zehri.
Contro di lui, chiedendone le dimissioni, si scatenarono i media, le Ong e molte donne, in una campagna mai vista prima. Ma le loro parole caddero nel vuoto.
All’inizio di novembre Zehri ha prestato giuramento come ministro delle Poste del nuovo governo pachistano.
Insieme a lui, anche Mir Hazar Khan Bijarani noto per aver presieduto qualche anno fa una jirga che decise di dare in “compenso” alla famiglia di un uomo assassinato cinque bambine fra i due e i cinque anni.
Vicenda per cui Bijarani fu denunciato dalle associazioni delle donne pachistane.
Contro di lui fu anche spiccato un mandato di cattura.
Mai eseguito, però. Né sembra probabile che verrà arrestato ora che è ministro dell’Educazione.
Tutto questo accade nel Pakistan che sta per celebrare l’anniversario dell’assassinio di Benazir Bhutto, uccisa il 27 dicembre del 2007, alla vigilia dell’annunciato trionfo elettorale. Accade dunque che l’esecutivo, guidato dal suo stesso partito, il Ppp, ed eletto sull’onda emotiva dell’omicidio, insieme al presidente della Repubblica, il suo vedovo Asif Ali Zardan, scelgano come ministri uomini con tali precedenti.
E che sui diritti delle donne - benché ogni politico proclami di lavorare per portare avanti l’eredità di Benazir - in Pakistan si facciano passi indietro.
«Quello del governo è un segnale chiaro», dice scoraggiata Samar Minullah. «Vogliono dire che non sono interessati a certe questioni. E hanno scelto queste due persone come ministri per far passare il messaggio».
Laureata in antropologia a Cambridge, vestita con gli abiti tradizionali, Samar è una delle attiviste più famose del Pakistan: il documentario e il libro che ha realizzato sulla swara, l’usanza pashtun di” cedere” bambine per risolvere i problemi tra le famiglie, hanno generato un’ondata di interesse senza precedenti nel suo Paese.
«Ma quando succedono cose così, penso che siamo senza speranza», commenta con un velo di tristezza nello sguardo. «Ci vorranno centinaia di anni per cambiare davvero il Pakistan».
Nelle strade di Islamabad non c’è luogo senza un poster o una fotografia che ricordino Benazir Bhutto.
E sono donne molte delle giornaliste dei canali televisivi all news. Donna è Fahmida Mirza, portavoce del Parlamento, considerata tra i possibili presidenti della Repubblica prima della candidatura di Zardani.
Donne sono Shamshad Aktar, presidente della Banca centrale che sta gestendo la difficilissima crisi economica, e Sherry Rehman, potentissimo ministro dell’Informazione.
Sono esempi che ammaliano, ma possono anche trarre in inganno. «Sono eccezioni, non la regola», ammonisce Samar.
Perché poi finisce che la “regola” la trovi dentro la costruzione di mattoncini rossi in fondo a una strada fangosa nella periferia della città.
Qui ha sede uno dei “Centri contro la violenza femminile” aperti per volere del governo negli ultimi anni.
Saira, la direttrice, riceve gli ospiti con timidezza.
Alle sue spalle, una lavagna racconta con i numeri il lavoro fatto: 71 richieste di accoglienza arrivate in un solo mese, spesso da parte di madri con figli; 28 donne ospiti del Centro, di cui sette vittime di violenza fisica, sei minacciate di morte e tre abbandonate dai mariti.
«Le assistiamo, le curiamo, insegniamo loro un mestiere», spiega Saira. «Stanno qui mesi, a volte anni. Ma quando in tribunale il caso viene chiuso, devono andare via. Se possiamo, troviamo loro una casa e un lavoro, ma spesso non sanno cosa fare: in questo Paese non c’è posto per donne che hanno rotto con la famiglia».
E molte non sanno neanche che esistono centri del genere.
«Non ho mai pensato che il governo potesse aiutarmi»: Sakina Bibi, vedova, ha sei figli. Sopravvive di elemosine nelle strade di Islamabad.
Sulla carta, gli esecutivi che si sono succeduti negli ultimi vent’anni di storia pachistana hanno fatto molto per le donne: la legge contro la violenza che ha creato i centri come quello di Saira, l’introduzione di quote nei Parlamenti regionali e in quello nazionale, oltre alle norme che incoraggiano le pari opportunità.
Il paradosso è che queste riforme non sono state realizzate quando al potere c’era la carismatica e progressista Bhutto, ma bensì il suo acerrimo rivale Pervez Musharraf: il generale che ha tenuto il Paese sotto il pugno di ferro per nove anni, fino allo scorso agosto, quando è stato costretto alle dimissioni.
«Vero, era un dittatore, ma quello che ha fatto per le donne è incredibile rispetto all’apatia del passato«, sostiene Ghazala Saeed, numero due della Progressive women association, gruppo che offre supporto alle vittime di violenza.
«In questi anni ho visto ragazze bruciate vive, violentate, picchiate, nell’indifferenza di giudici e poliziotti. In Pakistan le donne sono considerate come pezzi di carne», aggiunge Ghazala, che ha cresciuto le sue due figlie «come maschi, perché sappiano difendersi».
Se non fosse stata uccisa, Benazir Bhutto avrebbe fatto qualcosa per loro?
«Forse sì, perché i tempi sono cambiati e anche lei ne avrebbe sentito il bisogno», risponde Shabih Zehka, avvocata ventottenne. Per lei «era un modello». Ma la sua storia non può essere considerata esemplare.
«Benazir era brava e carismatica, però è sopravvissuta in un mondo di uomini perché aveva alle spalle una famiglia potentissima. E alla prova dei fatti ha “giocato” da uomo: a parte qualche piccola legge, non ha sentito la necessità di fare qualcosa di davvero efficace per le donne».
Giacca nera su sari bianco, capelli raccolti, cartella sotto- braccio, ogni giorno Shabih rappresenta in tribunale mogli vittime di violenza o che chiedono il divorzio: «Ne ho viste tante, troppe. Ecco perché non voglio sposarmi. Finora ci sono riuscita, ma anch’io ho alle spalle una famiglia importante. Per una donna normale sarebbe impossibile».
Una donna normale era Abida Yasmeen, 28 anni come Shabih, ma con una storia molto diversa.
Fino a quattro anni fa Abida lavorava come segretaria in una scuola superiore di Rawalpindi.
Un giorno alcuni ragazzi vennero a chiedere informazioni. Con la scusa che era tardi, i ragazzi si offrirono poi di accompagnarla a casa: fu l’inizio di quattro giorni di stupri di gruppo e consumo obbligato di droghe. Abida riuscì infine a fuggire.
Con l’aiuto di una Ong, trovò il coraggio di denunciarli. «Voglio giustizia, ma finora ho visto solo promesse: i miei stupratori sono legati a un politico potente, io non sono nessuno. Non so quanto ancora resisterò. La mia famiglia mi sostiene, ma non posso tornare a casa: si vergognano di me».
Il problema, sottolinea Samar Minullah, è proprio questo. «Le leggi ci sono, ma nessuno si preoccupa di farle rispettare. Quando i potenti la fanno franca, perché i poveri dovrebbero sentirsi in obbligo di rispettare le leggi?».
E poi, c’è il caso del Baluchistan. L’uomo che ha deciso l’esecuzione delle tre ragazze è il fratello di un politico del Ppp.
Samar racconta il particolare e poi spiega come sia tutto lì: quella parentela è stata molto importante, secondo lei.
Anzi, «fondamentale» per far scattare il tentativo d’insabbiamento. «È una questione di mentalità», aggiunge. «Gli uomini in Pakistan vedono le donne come oggetti. Anche quelli che si dicono aperti e progressisti, come Zardari».
Certo, oggi è impossibile sapere se le speranze che queste donne riponevano in Benazir si sarebbero mai realizzate.
Ma è difficile pensare che la figlia di Zulfikar Ali Bhutto avrebbe chiamato due uomini controversi come Zehri e Bijarani a far parte del suo esecutivo. Sapeva bene quale danno d’immagine una simile scelta avrebbe potuto provocare.
«Benazir aveva moltissimi limiti, ha commesso parecchi errori, ma è riuscita a garantire la presenza delle donne nella mappa politica del Pakistan», conclude Maliha Zia, della Aurat foundation di Islamabad.
«Io stessa l’ho spesso contestata. Però era un modello che permetteva di dire “posso farcela anche io”. Oggi non c’è più e a noi restano solo punti interrogativi».”
Siamo sempre allo stesso punto.
Interessi economici e politici impediscono ai media occidentali di puntare i riflettori su questa vergognosa condizione delle donne pachistane, in un paese islamico, nel 2009.
Al silenzio dei media corrisponde il silenzio dei sudditi nel resto del mondo, anche in quello cristiano.
Le donne, le bambine povere in Pakistan e in tanti altri posti continuano a soffrire e morire, e le loro coetanee povere dei paesi capitalisti sperano di fare le veline.
Le ricche sia in Pakistan sia da noi fanno anche le ministre.
Hanno ucciso le ideologie, loro sanno perché. |