NONVIOLENZA ATTIVA E DIFESA DELLA PACE
CIBI BIOLOGICI E NONVIOLENTI
“«Al supermercato ho preso un barattolo di miele biologico: che bello, mi sono detta, il bio anche al discount.
Poi ho letto l’etichetta: era fatto metà in Cina, metà in Ungheria, importato da un distributore tedesco.
Tutto con certificazione bio garantita.
Ma quanti chilometri e quante mani ha attraversato quel miele, prima di arrivare sullo scaffale?»…”
E’ la domanda che viene posta a Roberta Carlini in “D” del 6.12.2008
“…Giulia, consumatrice milanese, non è sola col suo dilemma.
Si pongono la stessa domanda anche altri consumatori “responsabili”.
Che, stretti tra gli allarmi sulla salute alimentare e la crisi economica, si chiedono: arriverà anche qui il biologico low cost d’importazione? E potrà rientrare nella “spesa giusta”?
A guardare i numeri del mercato bio, sembra di stare su un altro pianeta.
Altro che crisi e recessione: nella prima metà del 2008, il consumo di alimenti biologici in Italia è salito del 6% rispetto allo stesso periodo del 2007.
Insomma: mentre la spesa alimentare tradizionale stagna o addirittura scende, questa sale.
Cos’è, il lusso ai tempi della crisi?
«Non esattamente. Negli ultimi anni prima l’euro e poi il caro-petrolio, hanno fatto salire soprattutto i prezzi dei prodotti tradizionali», dice Andrea Ferrante, presidente dell’Aiab, consorzio di produttori e consumatori bio.
In altre parole: col rincaro di pasta e pane, perfino il costoso biologico diventa più competitivo.
Anche se i prezzi restano più alti degli altri.
«Allo stesso tempo però è salita l’attenzione per la salute alimentare», aggiunge Ferrante, ricordando i tanti allarmi e scandali, dalle mucche ai polli, dal vino al latte.
Qualunque sia il motivo, è certo che la domanda bio continua a crescere.
Ma a tanta effervescenza corrisponde una calma stagnante sull’offerta.
«Negli ultimi due anni la produzione è rimasta quasi ferma», dice Pina Eramo, presidente di Anabio, ramo biologico della Confederazione italiana degli agricoltori (Cia).
Se la domanda sale più della produzione, è evidente che da qualche parte i prodotti devono arrivare.
E arrivano dall’estero: da quei Paesi dove il biologico è certificato in modo equivalente ai parametri europei (Argentina, Australia, Costa Rica, India, Israele, Svizzera, Nuova Zelanda) e da tutti gli altri che vengono di volta in volta autorizzati dal ministero dell’Agricoltura.
È il caso dei fagioli cinesi, dell’olio tunisino, delle arance del Marocco e del grano ucraino.
Un altro numero in rapida crescita è quello degli importatori: erano 67 nel 2000, adesso se ne contano 254. Quadruplicati.
Mentre invece, negli stessi anni, i produttori sono scesi, da 51.000 a circa 45.000.
Una certa preoccupazione comincia quindi a serpeggiare: stiamo diventando un Paese importatore, anche nel bio?
«L’Italia resta un grande produttore e primo esportatore europeo», dice Ferrante, «però è vero che l’import cresce. Ed è preoccupante che si vada verso un mercato biologico globalizzato. Guardate cos’è successo negli Usa, dove è stato divorato dal sistema agroindustriale e il prodotto è in gran parte importato. Anche l’Europa rischia di diventare un mercato dove si consuma ma non si produce».
Com’è successo in tanti settori dell’economia.
Ma con un paradosso in più, visto che il biologico nasce su valori ambientalisti, gli stessi che fanno a pugni con l’idea di mangiare una zuppa di fagioli che viene dall’altra parte del mondo.
E dunque contiene più petrolio che proteine.
«Un conto è importare banane, o noci brasiliane, insomma prodotti che qui non si possono produrre, tipici di altri posti. Un altro è importare l’olio: se ne trovo uno biologico tunisino a 5 euro, qualcosa non va. Dietro, probabilmente, c’è sfruttamento del lavoro, speculazione commerciale», dice Marco Camilli, presidente di Anagribios-Coldiretti.
La grande distribuzione, che gestisce circa la metà del biologico in Italia, minimizza: «L’italianità è vissuta come un valore importante: potrà esserci un maggior ricorso all’import per alcuni prodotti nel breve periodo, ma non la vedo come tendenza», spiega Fabrizio Ceccarelli, brand manager della linea bio delle Coop.
Che fornisce alcuni dati: sul biologico a marchio Coop (che copre l’85% del biologico che loro distribuiscono) l’85% è italiano.
Il resto sono prodotti tipici di altri Paesi, come caffè e zucchero di canna.
La Sma-Auchan fa sapere che il loro bio, pur restando prodotto di nicchia, è in crescita ed è tutto in mani italiane.
Forse allora l’aumento delle importazioni si concentra nei negozi specializzati, che vogliono dare più scelta ai consumatori, e nei discount.
Ma resta l’interrogativo: se l’importato può abbassare i prezzi, perché non accettarlo?
Molti spiegano che il made in Italy in questo campo è non solo giusto ma conveniente.
Perché è la distanza che fa risparmiare: «La vera chiave di volta è tagliare i costi ambientali e di trasporto, con i gruppi di acquisto e i mercati di prossimità», dice Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente. «Sull’import non è che i consumatori risparmino molto, semmai a guadagnarci sono gli intermediari» puntualizza Pina Eramo.
Secondo Ferrante: «Spesso importiamo per necessità, più che per convenienza. L’anno scorso c’è stata un’emergenza per le pere biologiche: ne abbiamo avute poche per motivi climatici e quindi c’è stata una grossa importazione dall’Argentina».
Il discorso però non convince tutti: «Se un anno scarseggiano le pere, mangerò altra frutta. Sempre meglio che affidarmi a un prodotto colto acerbo, imballato e trasportato per migliaia di chilometri prima di arrivare a casa mia».
Per Valeria Manna, cofondatrice di un gruppo di acquisto, quella del biologico dev’essere una scelta di vita.”
Siamo d’accordo che deve essere una scelta di vita, anche se in senso molto più largo.
Perché produrre un biologico significa usare un metodo nonviolento sulla natura, lasciare la natura alla sua specifica funzione, intervenire in difesa dei suoi nemici solo con mezzi innocui per l’ambiente e per il consumatore.
Tutto il contrario di quello che si è fatto finora con insetticidi, pesticidi, concimi, diserbanti derivati dal petrolio o da altre fonti pericolose, pur avendo gli scienziati scoperto il modo di produrli con mezzi naturali.
Per ubbidire all’impero dei petrolieri, anche in questo campo, le direttive internazionali hanno dilazionato di molti anni la proibizione di prodotti derivati dal petrolio, provocando tumori in milioni di persone produttrici e consumatrici. |