Il Centro di Orientamento Sociale fondato da Aldo Capitini nel 1944 offre uno spazio aperto per la riflessione sulle proposte capitiniane del liberalsocialismo, del controllo dal basso e della nonviolenza attiva per costruire una società aperta al potere di tutti, una religione aperta, una educazione aperta.


NONVIOLENZA ATTIVA E DIFESA DELLA PACE

LE DUE VIE DELLE DONNE ISLAMICHE

“Undici anni, per conseguire una laurea, è un po’ tanto.

Ma Nasima Rahmani, iscrittasi alla facoltà di Legge e Scienze politiche di Kabul nel 1992, non poteva fare più in fretta.

Il suo diventare matricola coincise infatti con la presa del potere da parte dei Mujaheddin di Massud, che diedero un primo giro di vite alle libertà delle afghane…”

Il racconto è di Daniele Scaglione in “Sole-24Ore” del 7.12.2008

“…Quattro anni dopo, l’arrivo dei talebani trasformò l’Afghanistan nello stereotipo del Paese violatore dei diritti delle donne.

Una sorte amara per una Nazione dove già negli anni Venti era stata dichiarata l’uguaglianza tra i generi e alle donne veniva concesso di votare, cosa che in Italia sarebbe avvenuta solo nel 1945.

Oltre a vedersi negato il diritto all’istruzione, le afghane persero la possibilità di lavorare, di mostrarsi in pubblico se non coperte dai burqa, di muoversi liberamente nel loro stesso Paese.

Subirono violenze da parte delle autorità e abusi in famiglia che non avrebbero mai potuto denunciare.

Come Nasima ha detto in uno degli incontri pubblici che ha tenuto pochi giorni fa in Italia, «sotto i talebani anche una pietra poteva sentirsi più utile di una donna, perché almeno una pietra serve per costruire qualcosa, mentre una donna non poteva fare più nulla».

Le cose han cominciato a cambiare nel 2002, con la fuga dei talebani provocata dall’attacco lanciato dagli Stati Uniti e i suoi alleati in risposta agli attentati dell’11 settembre.

Molte donne parteciparono alla «Costituente afghana»; la «Costituzione» ripristinò l’uguaglianza tra i generi e nel 2004 Massouda Jalal, una pediatra, si poté candidare alle elezioni presidenziali poi vinte da Amid Karzai.

Ma nell’Afghanistan “liberato” un ruolo importante lo ebbero anche personaggi come il generale Dostum, accusato di gravi crimini di guerra, e integralisti non proprio favorevoli all’emancipazione delle donne.

Sima Samar, ministro per gli Affari femminili nel primo Governo post talebani, venne accusata di non credere nella Sharia e messa sotto processo.

Benché assolta, lasciò il Ministero.

Nel dicembre del 2003, Nasima si è finalmente laureata e, grazie a una borsa di studio erogata dall’Unifem, il fondo Onu per le donne, ha poi conseguito una specializzazione a Sidney.

Oggi, in qualità di avvocato, lavora con Action Aid come referente per i diritti delle donne.

Un impegno complesso poiché attualmente la percentuale di afghane che non sanno né leggere né scrivere supera l’80% (è intorno al 50%, invece, per gli uomini).

Solo un 10% delle donne, inoltre, non ha problemi economici e la violenza in ambito familiare è sempre molto diffusa.

La storia dell’Afghanistan è emblematica dei limiti della comunità internazionale nella difesa dei diritti umani.

Fino a quando l’oppressione delle libertà fondamentali costituiva un problema interno al Paese, Governi e istituzioni internazionali si sono limitati a condanne di circostanza.

Quando invece l’Afghanistan è stato accusato di esportare il terrorismo sui loro territori, i Paesi occidentali han deciso di intervenire.

Ma l’han fatto in modo sballato, violando spesso le norme che regolano i conflitti armati, causando migliaia di morti e feriti civili. Ancora nei primi sette mesi del 2008, secondo l’Human Rights Watch, la Nato ha ucciso in diversi raid aerei oltre 120 non combattenti, il triplo dell’anno precedente.

Quello che più di tutto manca è una strategia di ricostruzione del Paese incentrata su libertà e diritti umani.

Dei circa 40 miliardi di dollari che i donatori stranieri si sono impegnati a fornire al Paese in un decennio, il 28% è destinato a operazioni di sicurezza, mentre meno del 25% è impiegato in favore di istruzione, diritti umani, salute e protezione sociale.

Anche la possibilità che ai talebani venga riconosciuto un ruolo politico non favorisce l’ottimismo sui diritti delle donne.

Il ministro degli Esteri, Frattini, ha annunciato l’intenzione dell’Italia, che presiederà il prossimo G8, di indire una conferenza, a giugno, per “stabilizzare” Afghanistan e Pakistan: sarà l’occasione per realizzare la svolta che ancora manca?”



E’ la solita storia delle donne islamiche, analfabete, povere, discriminate in famiglia e in società.

I sedicenti civili occidentali, arrivati in Afghanistan per cacciare gli ex pupilli talebani, si comportano con il loro secolare modello coloniale, affidandosi soltanto alla forza delle armi.

Un modello che i metodi guerriglieri non faticano a contenere e sconfiggere.

La via della libertà delle donne, della loro istruzione, della loro emancipazione dall’islam, in cui avrebbero l’appoggio di molte donne istruite locali, non viene praticata e la distanza fra popolo e occupanti si è fatta grave.

I militari a difesa delle scuole e delle fabbriche aperte a uomini e donne sarebbero molto più utili delle bombe.

Ma la cultura della nonviolenza è ancora lontana dai palazzi del potere.