IL CONTROLLO DAL BASSO PER IL POTERE DI TUTTI
O L’ACQUA O LA GUERRA
“Il bilancio idrico del ventesimo secolo è stato assai pesante: la popolazione si è moltiplicata per quattro e il consumo di acqua per sei.
Costringendo così alla sete 700 milioni di persone…”
L’allarme è di Antonio Cianciullo in in “D” del 15.11.2008
“…Ma il ventunesimo potrebbe rivelarsi anche peggio, perché le incognite sono così numerose da formare un rebus di cui nessuno conosce la soluzione.
Nei prossimi trent’anni la richiesta aumenterà del 50% e il cambiamento climatico renderà il ciclo dell’acqua meno affidabile e prevedibile. Con lunghi periodi di siccità alternati a precipitazioni rovinose e alluvioni.
Più domanda e meno offerta, dunque.
Il prezzo crescerà, ma proprio l’andamento di mercato apre una contraddizione che arriva alla radice del problema, alla definizione stessa dell’acqua: merce o diritto?
Il conflitto, dal punto di vista concettuale, potrebbe essere risolto con ragionevolezza: far pagare di più l’acqua ai più ricchi per evitare gli sprechi, e garantirla come diritto ai più poveri, che ne hanno bisogno per sopravvivere.
Dal punto di vista pratico, però, la situazione è meno lineare. Ed è difficile dividere nettamente i due mondi mentre le grandi multinazionali investono cifre sempre crescenti nei Paesi in via di sviluppo per assicurarsi il controllo delle fonti.
“Il diritto umano all’acqua”, afferma il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite, “è il diritto di tutti a disporre di acqua sufficiente, salubre, accettabile, accessibile per uso personale e domestico”.
Peccato che oltre un miliardo di esseri umani non abbia accesso all’acqua pulita e che la mancanza della più essenziale delle materie prime stia influenzando sempre più nettamente interi comparti dell’economia.
Lester Brown, fondatore del Worldwatch Institute, in Piano B 3.0 ricorda che negli Stati Uniti quasi il 19% dell’energia utilizzata a fini agricoli serve a pompare l’acqua dai pozzi.
In alcune zone dell’India, dove le falde sono in calo, questa percentuale raggiunge il 50%.
E in Cina, dove nella parte settentrionale le coltivazioni di grano sono particolarmente sensibili alla carenza di acqua, nel 2007 i raccolti sono diminuiti del 15% arrivando a 105 milioni di tonnellate (nel 1997 avevano toccato i 123 milioni di tonnellate).
Scambiare prodotti vuol dire sempre più esplicitamente comprare e vendere acqua.
E infatti. All’Expo di Saragozza, tre mesi di eventi dedicati all’acqua, il tema ha superato la dimensione estetico-architettonica per arrivare al nodo degli aspetti economici.
In uno dei padiglioni più visitati, completamente fasciato da minicascate, comparivano i numeri sul costo idrico dei vari tipi di produzione.
Esempi? Per ottenere un chilo di pistacchi ci vogliono 10.864 litri di acqua. Per un chilo di cereali 1.543 litri. Per un chilo di vaniglia 96.649 litri. Per un chilo di aglio 518. Per un chilo di asparagi 1.473. Per un hamburger 2.400. Per un giornale 570. Per estrarre una tonnellata di petrolio 10mila. Per una t-shirt 2.700.
Dopo il climate change dobbiamo affrontare il water change: un percorso analogo a quello che è stato fatto per l’anidride carbonica, propone Valerio Calzolaio, consulente Onu per la battaglia contro la desertificazione. «Bisogna cominciare a immaginare un sistema di scambio in cui il contenuto di acqua dei prodotti e l’efficienza idrica del processo di lavorazione vengano evidenziati penalizzando chi spreca. Per esempio, un’etichetta che indichi quanta acqua è incorporata nel prodotto che si sta per consumare. Non possiamo perdere altro tempo».
Quello che accade nella Cina “olimpica” di questi anni è emblematico. Il suolo impoverito si trasforma in sabbia e viene portato via dal vento creando enormi nubi che varcano il Pacifico arrivando fino agli Stati Uniti: ormai il deserto assedia Pechino. E villaggi a soli 74 chilometri dalla capitale sono stati spostati».
Il water change non esiste ancora, ma alcune aziende hanno già iniziato ad applicarne i principi.
La StMicroelectronics, già nel 1995 adottò un decalogo ambientale che fissava come obiettivo riciclare il 90% dell’acqua.
E la Henkel, azienda specializzata in detersivi, ha ridotto il consumo di acqua per tonnellata di produzione del 48% in dieci anni fissando un altro 10% di taglio per i prossimi cinque anni.
Anche in campo agricolo, dove il 40% della produzione viene ottenuto usando l’irrigazione, in alcune aree si sta cominciando a profilare una riconversione verso colture a minor impatto idrico.
Buone pratiche ecologiche che rappresentano ancora l’eccezione.
In teoria il risparmio è possibile e a portata di mano: i settori industriali che sono stati direttamente, coinvolti nella sfida (elettrodomestici, per esempio) hanno dimostrato che si può ottenere un aumento di efficienza idrica senza sacrificare la qualità del servizio richiesto.
Ma l’uso razionale dell’acqua resta un obiettivo lontano. E intanto, sul piano economico, crescono le contraddizioni: mentre si moltiplicano i proclami sull’acqua come diritto, invece di rendere più facile l’accesso all’acqua ai poveri e di usare la leva fiscale per tagliare gli sprechi nei Paesi industrializzati, si va in direzione opposta.
Mille litri d’acqua costano 3,7 dollari negli slum di Barranquilla, in Colombia, ma 0,40 centesimi negli attici di Manhattan. La bolletta dell’acqua ha un costo trascurabile per molti cittadini dei Paesi industrializzati, mentre vale fino all’11% dei bilanci familiari del 20% della popolazione più povera di Giamaica, Argentina e Salvador.
In un numero crescente di luoghi non è nemmeno questione di prezzo. Ma di disponibilità.
In Medio Oriente, per esempio: l’accesso alle fonti è diventato un moltiplicatore di tensioni perché la disponibilità è molto inferiore alla richiesta.
La costruzione di una diga sul fiume Eufrate in Turchia, allarma l’Iraq; e il contenzioso tra israeliani e palestinesi è ulteriormente esasperato dalla lotta per i pozzi.
David Katz, dell’università di Tel Aviv, ricorda che ormai il 13% dell’acqua potabile utilizzata in Israele viene dal mare con un costo al metro cubo che è cresciuto del 60% in soli tre anni.
«Quella per l’acqua non è una battaglia che si vince forzando la natura, ma tornando ai sistemi che da millenni gli esseri umani utilizzano per vivere negli ambienti aridi», dice Pietro Laureano, l’architetto che all’Expo di Saragozza ha curato il padiglione della Sete, realizzato come una montagna di sale che rifletteva i raggi del sole. «Dobbiamo recuperare le tecniche adottate per le oasi del deserto che non sono fenomeni naturali, frutto del caso, ma il prodotto dell’ingegno umano. Le palme, le costruzioni di terra cruda, i sistemi idraulici, le stesse grandi dune di sabbia vengono realizzati dagli abitanti del deserto per mantenere un ambiente vivibile in una situazione tra le più inclementi del pianeta. Ogni singola palma è piantata e curata, fertilizzata con i rifiuti organici, irrigata con acque gelosamente amministrate, a volte captate da imponenti gallerie che raccolgono ogni goccia di umidità notturna. Così si forma l’ombra e si condensa il vapore. E, al riparo dal sole e dal vento, si moltiplicano i microrganismi e gli altri elementi biologici che compongono il terreno fertile, l’humus. Si determina così un microcosmo in cui la vita e il pensiero sono collegati ai luoghi, agli altri esseri viventi e a ogni cosa».”
Quest’ultima soluzione è molto poetica ma non ci sembra utile per risolvere la scarsità di acqua.
Siamo più favorevoli a sfruttare la ricerca scientifica e le tecnologie avanzate, giacché oltre all’abuso di acqua dei ricchi c’è una reale necessità di acqua per l’igiene e lo sviluppo dei poveri.
E’ un impegno globale di tutta l’umanità, per cui ritorna la necessità del governo mondiale, del controllo dal basso, dell’istruzione per tutti per poterlo esercitare con successo. |