Il Centro di Orientamento Sociale fondato da Aldo Capitini nel 1944 offre uno spazio aperto per la riflessione sulle proposte capitiniane del liberalsocialismo, del controllo dal basso e della nonviolenza attiva per costruire una società aperta al potere di tutti, una religione aperta, una educazione aperta.


IL CONTROLLO DAL BASSO PER IL POTERE DI TUTTI

IL POTERE DI TUTTI CHE AVANZA

“Da un secolo e mezzo - da quando alla metà del XIX secolo il giornalismo della carta stampata divenne una professione - i giornalisti si vedono in una luce eroica e talvolta così sono considerati anche dagli altri…”

Ne parla John Lloyd in “Repubblica” del 29.11.2008

“…La professione di fatto ha dato origine a vere e proprie figure eroiche, che hanno trasformato il mondo che le circondava.

Tra queste ci furono i testimoni di avvenimenti terribili e atroci, per esempio William Russeil del Times, i cui dispacci dal fronte della Guerra di Crimea contribuirono a far cadere il governo britannico dell’epoca, a modernizzare l’esercito e ad accelerare lo sviluppo di una migliore assistenza medica.

Ci furono riformisti, come Emile Zola che mise la propria penna e il proprio giornale, l’Aurore, al servizio del Capitano Dreyfus, l’ufficiale francese di origini ebraiche ingiustamente accusato di spionaggio. Ci furono reporter specializzati nel giornalismo d’indagine - noti con il termine in gergo di muckraker (scandalisti) - come Ivy Tarbell, una delle rare donne estranee al mondo delle pagine letterarie e della moda, che all’inizio del XX secolo svelò le pratiche di lavoro della Standard Oil.

Il punto culminante di quel periodo si raggiunse con le rivelazioni da parte di Bob Woodward e di Carl Bernstein sul Washington Post all’inizio degli anni Settanta dei crimini commessi alla Casa Bianca sotto l’Amministrazione Nixon.

Quei due giovani cronisti, senza alcuna esperienza particolare, senza conoscenze, seppero far cadere il leader più potente del mondo.

Il giornalismo, ai suoi stessi occhi e a quelli di almeno una buona parte dei lettori, aveva così legittimato la propria esistenza, dando origine e sostenendo un gruppo di professionisti d’acciaio che avevano il potere di spiegare e svelare le cose: Woodward e Bernstein erano i loro modelli.

Un eroismo di tal fatta non è scomparso.

Due figure del giornalismo contemporaneo, entrambe donne - la russa Anna Politkovskaya e l’italiana Ilaria Alpi - ,continuano a essere compiante dal giornalismo contemporaneo.

Entrambe erano andate alla ricerca della verità, al punto da perdere la loro vita per questo.

In entrambi i casi, sussiste anche il sospetto che agenti segreti dei loro rispettivi Stati fossero coinvolti nel loro omicidio, in quanto ambedue avevano scavato a fondo nelle indagini sui crimini commessi dalle forze armate dei loro Paesi.

Dietro di loro vi sono varie centinaia di giornalisti che hanno perso la vita o sono rimasti feriti mentre erano intenti nella medesima ricerca, la caccia a qualcosa che potesse costituire la verità, o la testimonianza, di una guerra, per esempio, come in Iraq, in Afghanistan e ora, ancora una volta, in Congo.

Ma la ricerca della verità non definisce più un’epoca.

Viviamo in un periodo di transizione dall’epoca eroica del giornalismo a una che non ha ancora un nome preciso.

Dalle prime avvisaglie risulterebbe idonea la definizione di “epoca demotica”, per l’esplosione nel corso dell’ultimo decennio soprattutto di blog su Internet, di siti di social networking, di messaggi di posta elettronica e corrispondenza da una persona all’altra, con un’intensità che non ha precedenti e non è neanche lontanamente paragonabile a quella dell’epoca Vittoriana, quando la middle-class non faceva altro che scrivere lettere e tenere la corrispondenza.

Per alcuni versi, oggi Internet e le attività di blogging segnalano un ritorno allo stile giornalistico del XVII e XVIII secolo, periodi di grande spirito imprenditoriale, durante i quali chi aveva qualcosa da dire apriva bottega, pubblicava in proprio giornali, pamphlet e così via.

Ma si tratta altresì di un’epoca di maggiore incertezza, che evoca in ogni caso l’era Vittoriana, quando giovani aspiranti e principianti sotto pressione lavoravano ore e ore, conducendo una vita di stenti in un mondo in buona parte free-lance.

Il giornalismo del XX secolo fino ad adesso si è basato su organizzazioni, su giornali con varie redazioni, su tirocini e una carriera strutturata, su emittenti televisive che hanno investito in redazioni e telegiornali incaricati di seguire l’attualità, su sindacati che, almeno per una volta nei Paesi sviluppati, hanno dato ai giornalisti quella protezione nei confronti del licenziamento di cui un tempo godevano i tipografi.

Non tutto si è dissolto, ma vacilla.

Il panorama odierno è costellato da grandi fabbriche dell’informazione, che si stanno contraendo e navigano in cattive acque.

Cbs News, emittente televisiva dove Ed Murrow è di casa e che per molti aspetti è pioniera della televisione specializzata nell’attualità, ormai ha soltanto un numero esiguo di corrispondenti stranieri e scarso zelo investigativo.

Le Monde, fondato da Hubert Beuve-Méry per riportare in auge il giornalismo francese nel dopoguerra, stenta a sopravvivere.

Il DailyExpress, che un tempo era una presenza dominante tra la middleclass della Gran Bretagna, si è ridotto ormai a poco più di un veicolo di immagini pornografiche.

Il denominatore comune di questi casi è stata la sistematica perdita di lettori e di introiti nel decennio scorso.

A Londra, Ed Richards, il responsabile dell’Ofcom, l’authority di controllo delle comunicazioni, aveva ammonito che «la deriva dalla fruizione dell’informazione, sia della carta stampata sia dei giornali radio e telegiornali, appariva in piena accelerazione» e si chiedeva: «Che peso potrà avere tutto ciò su una società civile sana?».

La domanda è pertinente: il giornalismo ha basato la propria legittimità - e la sua stessa immagine - sull’idea di fondo che intendeva fornire alla massa dei lettori gli strumenti per diventare cittadini migliori.

Se il giornalismo scompare, però, che accadrà alla popolazione?

Una risposta possibile è che saranno i cittadini a salvare la situazione, grazie al “giornalismo dei cittadini”.

Buona parte di questo tipo di giornalismo è fatto da blog, ormai più di cento milioni, in tutte le lingue, soltanto alcuni dei quali famosi, l’intera maggioranza dei quali del tutto sconosciuta.

I blog famosi di norma sono firmati da persone già ben conosciute, sebbene anche autori del tutto sconosciuti abbiano talora dato vita a blog di culto.

Alcuni normali cittadini, inoltre, sono diventati loro stessi personaggi eroici, come il blogger di Bagdad che ha scritto i suoi post per tutto il tempo dell’invasione dell’Iraq e nel periodo caotico che gli ha fatto seguito.

I monaci e i cittadini che hanno protestato durante le manifestazioni in Birmania dell’anno scorso hanno aggirato il veto opposto dal regime ai giornalisti, spedendo immagini al mondo esterno e postando vari commenti sui blog.

C’è anche un numero crescente di blogger africani, che sono in grado di vedere meglio di altri e da distanza ravvicinata il comportamento efferato dei loro leader corrotti al governo e riescono a diffondere le loro opinioni, spesso censurate, dai giornali africani, e soprattutto dalla radio e dalla televisione, rischiando in prima persona.

Stiamo iniziando a intravedere un mondo nel quale coloro che smaniano dal desiderio di dire qualcosa adesso possono farlo, anche se il più delle volte rivolgendosi a un pubblico alquanto ristretto.

Chi vuole portare testimonianza delle atrocità commesse o delle meraviglie scoperte può farlo inviando e diffondendo i proprie testi e le proprie immagini.

Chi è sdegnato da presunte azioni illecite e prevaricanti di funzionari o corporation può trovare gli strumenti per svolgere indagini e portare alla luce ciò che scopre.

Tutto ciò in poche parole equivale a entrare in possesso di enormi poteri, che potrebbero consentire ai normali cittadini di diventare, tramite questo tipo di giornalismo, protagonisti a tutti gli effetti.

Finora, però, i tentativi di far maturare e perfezionare questo giornalismo civile sono falliti: se si escludono contingenze particolari, come le crisi o le guerre, i privati cittadini forniscono montagne di commenti, senza tuttavia prendersi il tempo e fare lo sforzo di approfondire, analizzare e verificare le informazioni che diffondono.

Oltretutto, gli apporti più famosi tramite la blogosfera al giornalismo politico convenzionale non ne hanno migliorato il livello etico.

Il più notorio apporto è quello di Matt Drudge, ormai vera e propria potenza mediatica, il cui scoop più sensazionale fu la rivelazione della liaison tra Monica Lewinsky e Bill Clinton, e che ancora oggi continua a cavalcare il filone delle voci, delle indiscrezioni biliose e delle insinuazioni.

Celebrità di secondo piano nel Regno Unito è Guido Fawkes (Paul Staines), il cui blog si basa sulla convinzione che «il nostro sistema politico sia marcio e gli uomini politici riescano a eluderne in ogni caso le conseguenze».

Il colpo da lui messo a segno è stato la rivelazione della relazione che John Prescott, ex vice primo ministro, intrattenne nel 2006 con la segretaria agli Affari Sociali.

Si evince in ogni caso che la stragrande maggioranza dei cittadini non vuole fare giornalismo, bensì protestare, diffondere le proprie opinioni, comunicare con estranei che la pensano come loro.

E tutto ciò non è giornalismo.

Non possiamo - questa è la mia opinione - essere salvati da privati cittadini che devono guadagnarsi da vivere e perseguire i propri interessi, non più di quanto un normale cittadino con un libro che illustra il funzionamento del corpo umano non può trasformarsi (quanto meno con una certa sicurezza) in un medico.

Il giornalismo è un mestiere che va imparato e del quale occorre fare pratica: nella sua forma migliore è una componente necessaria e fondamentale della vita pubblica, in quanto esercitarlo in piena libertà è sicuramente essenziale per una democrazia.

Adesso sta vivendo tempi difficili: mentre la realtà che ci circonda diventa sempre più complicata, ci sono sempre meno soldi disponibili per assumere giornalisti che la sappiano spiegare.

La vera sfida, pertanto, consiste nell’usare il vecchio mondo del giornalismo - le lezioni e le tecniche della sua epoca eroica - per disciplinare il nuovo.

Ai vecchi tempi del miglior giornalismo vigevano due tendenze divenute regole auree: primo, verificare i fatti, secondo riferirli in modo efficace.

Niente di tutto ciò è passato di moda.

Se intendiamo salvare la nostra professione - il che significa altresì salvare le società democratiche e civili - dobbiamo scoprire come utilizzare i nuovi media, che al momento ci paiono una minaccia, e trasformarli in nostri alleati.”



Giustamente i giornalisti debbono verificare e spiegare i fatti.

Purtroppo se si spingono troppo a fondo rischiano la vita.

Nessuna meraviglia se da una parte vengono assunti quelli disponibili a lodare il potente di turno, dall’altra i giornalisti si adeguano alle richieste.

Noi vediamo perciò con fiducia il giornalismo dei cittadini, che non saranno professionisti, ma riferiscono quello che vedono, quello che sentono, quello che vengono a sapere.

Si tratta di una componente importante di quel potere di tutti che, secondo noi, deve essere esteso dalla protesta alla consultazione con gli altri e al potere di influire sulla decisione da prendere o da non prendere nelle amministrazioni del paese, piccole e grandi.

Ai giornalisti professionisti daremmo l’incarico di diffondere fra i cittadini il metodo di osservare i fatti e la capacità di spiegarli nel modo più chiaro possibile.