Il Centro di Orientamento Sociale fondato da Aldo Capitini nel 1944 offre uno spazio aperto per la riflessione sulle proposte capitiniane del liberalsocialismo, del controllo dal basso e della nonviolenza attiva per costruire una società aperta al potere di tutti, una religione aperta, una educazione aperta.


FASCISMO, RAZZISMO E ANTIFASCISMO

IL BERLUSCONI PALESTINESE

“Venga per colazione domattina alle 8 a casa mia a Nablus...

Se l’invito non venisse da Munib Al Masri suonerebbe come uno scherzo…”

Ce ne parla Gigi Riva in “L’Espresso” del 30.12.2008

“…Come si arriva alle 8 del mattino a Nablus, la città della Cisgiordania chiusa da un rigido chek-point israeliano dove si passa solo a piedi, dopo certosini controlli?

Ma lo dice Munib, il Paperone palestinese, uno che non è abituato a parlare a vanvera e allora ci sarà il trucco. C’è.

«Non faccia la strada normale a valle, ma quella dei coloni che passa in alto. La mia casa è proprio in cima alla collina».

Che poi si arrivi a una casa è un grazioso eufemismo.

Davanti si staglia la Rotonda del Palladio trasportata da Vicenza al Medio Oriente e immersa in un giardino di gusto francese con copia fedele della casa d’estate che Napoleone fece costruire per Giuseppina.

Davanti, i contrafforti della Cisgiordania; sotto, l’umanità brulicante e disperata di una città una volta ricca e ora con molti abitanti sotto il livello della povertà.

Qui, una calma irreale, però non stridente. Bellezza maestosa, non kitsch come si potrebbe immaginare.

Munib Al Masri si era innamorato dell’architetto italiano a Chicago, lo è venuto a studiare da noi, poi ne ha rispettato alla lettera le-istruzioni. Seimila metri quadri per lui e quattro famigli.

I sei figli sparsi per il mondo a curare le sue imprese o a inseguire un diverso destino.

La moglie americana, Angela, a Londra, per piacere. Le sere le trascorre con Tony Blair, Xavier Solana, principi sauditi e dignitari giordani.

Non c’è una guardia del corpo, «tanto nessuno mi vuole male, ho sempre cercato di aiutare tutti».

Se lo abbiamo cercato, se siamo venuti quassù, in cima al monte Gezirim a far colazione tra un Picasso e un Modigliani, è perché, a 74 anni, il miliardario ha fondato un movimento politico.

Non è ancora un partito. Se si presentasse alle elezioni, secondo i sondaggi, sbaraglierebbe i sempiterni litiganti Fatah e Hamas, inizierebbe un’altra storia.

La sua personale, di storia, ha degli aspetti epici.

Vale la pena di raccontarla.

Sarebbe letterariamente intrigante, ma non vero, attribuire a Munib dei miseri natali. No. Discende da uno dei clan più reputati di Nablus. I genitori decisero che, per l’università, doveva emigrare. Nel 1951, a 17 anni, il ragazzo Munib si ritrova, con una valigia in mano, su un bastimento che salpa da Beirut per New York. Frammisto ai disperati in cerca di fortuna, ne condivide il mezzo di trasporto, non il destino.

Ha una meta precisa in testa. Sbarcato nella Grande Mela sale su un taxi e dice con piglio sicuro: «Mi porti in Texas».

L’autista gli scoppia a ridere in faccia e lo scarica davanti a una stazione di autobus. Lo raggiunge, il Texas, e in quattro anni si laurea: geologia. Quale materia migliore per entrare nel ramo del petrolio?

Torna dagli Usa con il pezzo di carta e con Angela, la moglie, conosciuta sui banchi di scuola.

La Palestina non è un buon posto per il business e si stabilisce ad Amman, dove scala la gerarchia alla Phillips Petroleum fino a diventarne presidente per l’Algeria (1962).

Parallelamente ha già fondato la sua società di servizi ingegneristici (Edgo).

Tanto talento non poteva passare inosservato al re di Giordania, che nel 1970 lo fa ministro dei Lavori pubblici. L’esperienza dura un anno: «Il re, che sarebbe diventato un caro amico, mi voleva nella pubblica amministrazione. Mi ha offerto di restare con incarichi superiori. Ma io avevo altro da fare».

La Edgo si dirama in 29 paesi. Medio Oriente, Africa, Europa, Nord America.

Munib ha il mondo come sfida e la Palestina come progetto. Amman e Beirut sono le sue basi. Un modo per sentire meno la nostalgia di casa. La politica gli scorre accanto. Lui non se ne vuole fare contaminare. Ma la usa. Arafat gli diventa amico: « Lo sa quante volte mi ha chiesto di entrare in Fatah?”. Dopo gli accordi di Oslo rientra in Palestina. Si ristabilisce a Nablus in una bella villa vicino alla casbah. Arafat ritorna alla carica, gli offre la poltrona di ministro e anche di primo ministro: «Non potevo accettare, il vecchio rais non capiva nulla di economia».

Fonda, finalmente in patria, la holding Padico che si occupa di pressoché tutti i settori dell’umano intraprendere: costruzioni, turismo, industria, telecomunicazioni soprattutto.

Con scarsa fantasia viene ribattezzato “Berlusconi di Nablus”.

La Borsa che lì viene aperta è poco più di una sua proprietà privata. E’ Al Masri che fa il mercato. Dice: «Non mi piace essere definito miliardario». E come allora?

Non ha mai reso nota l’entità del suo patrimonio personale. Si può andare per deduzione. Si calcola che lavorino alle sue dipendenze 50 mila persone. Dalla sola Paltel (telecomunicazioni) ricava un utile netto di circa 60 milioni di euro l’anno.

Uomo di mondo, frequenta le aste di Londra come i musei parigini. Vacanze in Italia, preferibilmente Toscana e Sardegna (un caro amico è il presidente del Cagliari calcio Massimo Cellino). Ha in agenda i telefoni di Berlusconi, Prodi, D’Alema.

Nablus è la radice, lì costruisce il suo buen retiro palladian-napoleonico accanto all’insediamento ebraico di Har Bracha. La villa è ancora in costruzione quando esplode l’Intifada dei kamikaze. L’esercito israeliano occupa il cantiere per un mese (2001), fa sventolare la bandiera di David sul pennone: «Un’offesa che non dimentico».

Nel suo caso, il business non passa sopra ogni cosa: «Non ho mai fatto affari con imprenditori ebrei. Sarà possibile, forse, quando saremo in pace».

Avrebbe voluto pensare solo a se stesso, a riempire di pezzi unici una dimora che è una sfida, per la collocazione geografica.

Ma poi muore Arafat, i palestinesi si dilaniano in un conflitto intestino. E così, quando sarebbe l’ora della pensione, sente che non si può sottrarre. Fonda il movimento La cornice democratica. Imprenditori, professionisti, commercianti, gente comune. Sbaraglierebbero il campo, perché a far da garante è lui, Munib, l’uomo più noto nei Territori e a Gaza. Anche il più rispettato.

I sondaggi gli accreditano la maggioranza.

Lui sta ancora un poco alla finestra: «Siamo un movimento che vuole spingere la politica a prendere decisioni coraggiose, per il momento. Io sono vecchio, c’è bisogno di giovani che prendano le redini. Io li aspetto».

Marwan Barghouti il futuro? «Lo deve ancora dimostrare».

Gli avversari gli rimproverano di non essere chiaro, non condanna la politica Usa, strizza un occhio anche ad Hamas.

Dalla vaghezza non esce. Il suo slogan: “Palestina, Palestina, Palestina. A questo ho dedicato una vita”. E’ per la formula due Stati per due popoli.

Come arrivarci? «Mettiamo i problemi sul tavolo e discutiamone senza tabù. Ritorno dei profughi, Gerusalemme capitale, confini. Vanno salvaguardati i principi. Poi tutto può essere contrattato».

La sua iniziativa è figlia della stanchezza: «La gente vuole vedere una prospettiva. Speriamo di offrirgliela».

Mentre fa colazione il telefonino squilla e risquilla. Sono Abu Mazen, il presidente. Salam Fayyad, il primo ministro. Chiedono consigli. Munib Al Masri ha una gran voglia di mostrare la casa. Parte dalla sala dove, alle 5 del mattino, l’ora normale del risveglio, fa ginnastica e percorre nove chilometri su una cyclette «nonostante i bypass coronarici» e aspettando «il sole che sorge dalla Giordania». Un’ala racchiude i resti di un monastero bizantino del ‘200 ritrovati durante gli scavi. Oltre il giardino uno spiazzo dove sorgerà un nuovo edificio: «Voglio ospitare qui i migliori professori di tutto il mondo. Offro vitto, alloggio, stipendio, purché poi tengano master nelle università palestinesi».

Ha avuto molto, sente di essere in debito, di dover restituire. Si sono fatte le 11 del mattino: «Per parlare con lei ho perso due appuntamenti. Rimedierò». La sua agenda prevede: ore 11,30, lezione all’università di Ramallah; ore 13, colazione di lavoro; ore 15, consiglio di amministrazione a Ramallah; ore 17, incontro con alcuni partner a Nablus. E poi ancora una riunione a Ramallah e una a Nablus. Si accomoda la cravatta e parte. Largo ai giovani? Pensione?”



I sondaggi che danno vincente Munib, il Berlusconi di Nablus, qualora scendesse in campo come il nostro cavaliere, dimostrano, senza ombra di dubbio, quanto i palestinesi, ben addestrati nei mitra ma con istruzione da terzo mondo, siano un popolo di sudditi in cerca di un domani migliore e pronti a votare il loro “cavaliere”, che finora ha accumulato miliardi a spese dei poveri e ora, come scrive Riva, vorrebbe restituirne un poco.

Sarebbe sempre meglio che mantenerli sotto la cappa di Hamas, ma lontani tuttavia da quella emancipazione nonviolenta necessaria per farli entrare nella stanza dove si costruisce il futuro del mondo.