FASCISMO, RAZZISMO E ANTIFASCISMO
L’IGNOTO OLOCAUSTO DI 10 MILIONI D’INNOCENTI
“Nel XIX secolo, le imprese coloniali europee in Africa e in Asia dimenticano ogni «prurito» di giustificazione religiosa e morale e invadono e occupano territori incominciando a sfruttarli da subito, senza nessun’altra spiegazione se non la necessità di dotarsi di materie prime, ampliare i propri mercati o contrastare la crescita e la forza degli imperi rivali…”
Ce lo ricorda Mauro Vargas Llosa in “La Stampa” del 31.12.2008
“…Quando Hitler, nel Mein Kampf spiega che nel programma del Partito Nazionalsocialista ha un peso determinante acquisire, con le buone o con le cattive, colonie per farvi stabilire le «eccedenze demografiche» del popolo tedesco, non fa altro che mettere nero su bianco quanto quasi tutte le grandi potenze europee avevano fatto, anche senza dirlo cosi apertamente, fin dal XV secolo.
L’eccezione era rappresentata dal piccolo Belgio, paese piuttosto recente e, ahimè, senza colonie.
Questa condizione rattristava e demoralizzava il suo sovrano, Leopoldo II, la cui energia, le cui ambizioni e la cui intelligenza al di fuori del comune stavano strette entro le frontiere del minuscolo stato assegnatogli dalla Provvidenza.
Allora, senza perdersi d’animo, s’impegnò a raggiungere con l’astuzia, la pazienza, gli intrighi e la diplomazia ciò che i grandi paesi colonizzatori avevano ottenuto con gli eserciti e i missionari. Per quanto sembri incredibile, Leopoldo II trasformò il Belgio in una grande potenza coloniale senza sparare un solo colpo.
Per raggiungere tutto ciò, innanzi tutto s’inventò un’immagine di monarca umanitario, altruista, addolorato per la sorte dei selvaggi e dei pagani di questo mondo, che conquistò l’opinione pubblica dell’Europa e degli Stati Uniti.
Investendo denaro del regno e sue risorse private, fondò associazioni benefiche per combattere la schiavitù che fioriva drammaticamente in Africa occidentale, si sobbarcò le spese per inviare missionari in quelle regioni barbare, dette impulso a ricerche, studi e pubblicazioni sulle condizioni di vita delle tribù africane che ancora praticavano il cannibalismo ed erano decimate dai trafficanti arabi i quali, partendo dall’isola di Zanzibar, esercitavano la tratta degli schiavi, e si spese strenuamente, in ben orchestrate manifestazioni pubbliche, chiedendo alle grandi potenze d’intervenire per porre fine all’indegna piaga del commercio di carne umana lungo i mari del mondo.
La campagna dette i risultati sperati.
Nel febbraio 1885 quattordici paesi riuniti a Berlino e capeggiati da Gran Bretagna, Francia, Germania e Stati Uniti, regalarono a Leopoldo II, attraverso l’associazione che egli stesso aveva creato proprio per questo scopo, l’intero Congo, un immenso territorio di oltre un milione di miglia quadrate - vale a dire circa ottanta volte il Belgio - affinché «aprisse questa terra al commercio, abolisse la schiavitù e convertisse al cristianesimo i selvaggi».
A quel congresso non era presente neppure un africano e, a quanto consta, nessuno, in Europa o negli Stati Uniti si domandò se fosse accettabile che la sorte di questo immenso paese venisse decisa senza chiedere il parere di un solo congolese.
Sicuro di quanto sarebbe stato deciso nel congresso di Berlino, Leopoldo II si era già portato avanti col lavoro sin dall’anno precedente, dandosi da fare in quel territorio che, dal giorno alla notte, l’aveva fatto diventare padrone d’un formidabile impero.
Per questo aveva stretto contatti con il famoso esploratore gallese-nordamericano Henry Morton Stanley, il primo europeo a risalire il fiume Congo dalle sue sorgenti, in Africa orientale, fino al suo sbocco nell’Atlantico.
Durante una spedizione a metà tra una grottesca, cinica pantomima e una prodezza etnologico-geografica, tra il 1884 e il 1885, i funzionari inviati da Leopoldo risalirono buona parte dell’alto e medio Congo distribuendo pezzetti di vetro colorato e scampoli di stoffa in 450 villaggi e insediamenti africani e facendo firmare «contratti» - li definivano «trattati» - nei quali i capi indigeni, che non avevano la più pallida idea di quanto firmassero, cedevano la proprietà delle loro terre all’Associazione internazionale del Congo, si impegnavano a fornire uomini per lavorare nelle opere pubbliche intraprese da quell’istituzione - strade, depositi, ponti, imbarcaderi - a dare portatori per il trasporto dei materiali, a fornire braccia per la raccolta del caucciù e a garantire il cibo ai lavoratori, ai funzionari, ai soldati e ai poliziotti che si sarebbero stabiliti nei loro territori.
E, così, quando le grandi potenze gli regalarono il Congo, Leopoldo II aveva già nelle sue mani 450 «trattati» grazie ai quali i congolesi legittimavano con le proprie firme quella donazione e gli consegnavano le proprie vite e i propri beni.
A differenza di quanto è successo in altre colonizzazioni, in Congo non ci fu praticamente resistenza.
I congolesi non ebbero né il tempo né la possibilità di opporsi a un sistema caduto su loro, come un inflessibile maglio che fece perdere, loro, da subito, ogni libertà d’iniziativa e di movimento destinandoli a un indegno sfruttamento per 24 ore su 24.
Le pene per i lavoratori che non riuscivano a raccogliere il minimo stabilito di lattice erano brutali: dalle frustate alle mutilazioni di mani e piedi, - prima ai bambini e alle donne, poi agli stessi raccoglitori - fino allo sterminio di interi villaggi in caso di fughe di massa o se quelle comunità non adempivano all’obbligo di dare ai propri torturatori il cibo che questi esigevano.
E’ ormai un anno che leggo varie testimonianze - di missionari, viaggiatori, avventurieri e degli stessi coloni - su questa stagione e, ancora, non mi capacito che siano avvenute mostruosità così atroci, un simile genocidio al rallentatore senza che il mondo cosiddetto civilizzato se ne rendesse conto.
Quando, in Europa, appaiono le prime denunce lanciate da pastori battisti nordamericani, si registra un’incredulità generale.
E i pennivendoli al soldo di Leopoldo mobilitano immediatamente la stampa infamando chi sosteneva queste accuse e portandoli in tribunale come calunniatori.
Per almeno un quarto di secolo il Congo è stato dissanguato, sfruttato e distrutto in una delle più crudeli operazioni ricordate dalla storia: un orrore paragonabile solo all’Olocausto.
Ma, a differenza di quanto è accaduto con lo sterminio di sei milioni di ebrei per il delirio razzista e omicida di Hitler, nessuna sanzione morale, simile a quella che pesa sui nazisti, si è abbattuta su Leopoldo che molti europei, non solo belgi, ancora ricordano con nostalgia come uno statista che, vincendo i limiti imposti al suo paese dalla storia e dalla geografia, fece del Belgio, per alcuni anni, un impero.
La verità è che, dietro il disordine e le violenze in cui si dibatte questo sfortunato paese, ancora si delinea l’ombra mortifera di questo imperatore che ha conquistato il Congo senza sparare un colpo e che, in meno di vent’anni, è stato capace di annientare almeno 10 milioni dei suoi sudditi africani.”
Vargas Llosa non si capacita dell’indifferenza del mondo “civilizzato” davanti allo sterminio di 10 milioni di congolesi al solo scopo di rapina.
Salvo eccezioni non ci commuoviamo nemmeno davanti agli eccidi di oggi, sempre commessi a scopo di rapina delle immense ricchezze di quella terra.
Per farlo aspettiamo il via della televisione, via che non arriva finché le televisioni sono in mano ai potenti di oggi.
Le religioni non s’impicciano di politica, quando non siano minacciati i loro beni terreni.
Le sinistre hanno smesso di difendere i poveri e aiutano i ricchi a governare il mondo.
Come diceva Capitini occorre tornare alle sorgenti e ricominciare con nuove generazioni la stagione della buona novella. |