Il Centro di Orientamento Sociale fondato da Aldo Capitini nel 1944 offre uno spazio aperto per la riflessione sulle proposte capitiniane del liberalsocialismo, del controllo dal basso e della nonviolenza attiva per costruire una società aperta al potere di tutti, una religione aperta, una educazione aperta.


FASCISMO, RAZZISMO E ANTIFASCISMO

E’ IL CAPITALISMO, BELLEZZA

“Ad annunciare la fine del “sogno americano” è la telefonata di una giovane donna indiana…”

Ce lo racconta Federico Rampini in”D” del 1.11.2008

“…Chi la riceve è un padre di famiglia del Michigan licenziato da una casa automobilistica, o un’anziana afroamericana di New Orleans in ritardo di mesi nel pagare le rate del mutuo.

Quando squilla il telefono, dall’altra parte la voce non tradisce un accento straniero, potrebbe venire da poche miglia di distanza. Invece è una ventenne di Delhi, Mumbai o Bangalore, a chiamare per conto dell’agenzia di riscossione.

Addestrata a imitare la cadenza del Midwest o la cantilena del profondo Sud degli Stati Uniti, la giovane indiana ha un compito ingrato.

Ricorda all’interlocutore che è in rosso da mesi, cerca di strappare la promessa di un pagamento anche minimo.

Magari 100 dollari anziché i 200 mensili che sarebbero obbligatori, sullo scoperto della carta di credito.

O una mezza rata del prestito immobiliare, per tirare avanti ancora un mese.

È un negoziato penoso che la giovane indiana ha imparato a condurre con pazienza, flessibilità, comprensione.

Il suo è un mestiere in pieno boom.

Già da anni le società americane specializzate nel recupero crediti hanno imboccato la strada della delocalizzazione.

Per tagliare i costi hanno aperto nuovi call center in India, il Paese ideale per la sua ampia manodopera anglofona.

Prima di loro lo avevano fatto le compagnie aeree, le grandi catene alberghiere internazionali, le agenzie di autonoleggio, e naturalmente le società di software a cominciare da Microsoft: molti centri di prenotazione, molti servizi di assistenza al telefono sono finiti da anni nei call center indiani.

Ma adesso il recupero crediti è di gran lunga il business più in crescita.

Quest’attività ha avuto una formidabile accelerazione negli ultimi mesi: con la crisi dei mutui subprime, seguita dalla recessione, milioni di famiglie americane sono indietro nel rimborsare i debiti, il lavoro dei call center aumenta a dismisura.

E la parte che viene svolta in India rappresenta ormai un business di 16 miliardi di dollari.

Una fra le più grosse società di riscossione, l’americana Aegis Bpo Services, ha appena aperto il suo secondo call center indiano assumendo cinquemila nuovi dipendenti.

La maggioranza sono giovani donne, particolarmente adatte al compito per il tatto, la psicologia e il savoir faire con cui conducono la dolorosa trattativa.

Tutte adottano dei nomi d’arte americani: il cliente dall’altra parte del filo non deve sapere che la telefonata viene da oltreoceano, conviene fargli credere che il creditore sia vicino.

Perché purtroppo il mestiere del call center è solo una fase, quella in cui il creditore prova a recuperare il dovuto “con le buone”: se falliscono gli approcci di questo tipo, la parola passa ai tribunali (in questo caso americani), ai pignoramenti della casa o dell’auto.

Non è solo chi riceve la fatidica telefonata a vivere la fine dell’American Dream.

L’impatto è traumatico anche in India.

I call center sono uno dei luoghi dove l’ascesa della superpotenza asiatica ha incrociato il mito dell’America.

Le impiegate di questi centri lavorano duro, e devono accettare i turni di notte per via della differenza di fuso orario con gli Stati Uniti.

In compenso ricevono stipendi medi di 5.000 dollari all’anno, che a New Delhi o a Bangalore consentono un buon tenore di vita.

Istruite, emancipate, economicamente indipendenti, queste giovani indiane sono cresciute con un’immagine favolosa degli Stati Uniti.

È il Paese dell’abbondanza e del lusso descritto nei film di Bollywood, o raccontato dagli “zii d’America”, i parenti che hanno fatto fortuna come trader nelle banche di New York o nell’industria informatica della Silicon Valley californiana.

Ma le giovani indiane dei call center passano le loro notti di lavoro a consolare cinquantenni disoccupati che scoppiano in lacrime al telefono, madri single che giurano di non avere più i soldi per curare figlio con l’influenza.

Sentono raccontare storie di un benessere effimero, costruito su montagne di cambiali, spazzato via dal tornado della crisi.

Nel cuore della notte asiatica, tra migliaia di chiamate che viaggiano sui cavi a fibre ottiche, per una generazione di indiane si consuma la fine di un’illusione.”



Sarebbe bene che, con un miracolo tecnologico, le telefonate arrivassero nelle orecchie dei milioni di fans europei e italiani del sogno americano.

Certo occorrerebbe anche spiegare quello che è successo a Wall Street, quanti miliardi di dollari sono spariti nelle tasche dei miliardari aprendo le cataratte della grande crisi per i piccoli incolpevoli.

Come dicono gli eroi del cinema, è il capitalismo, bellezza.

A noi non meraviglia l’accaduto ma la rassegnazione di tutti a non fare il gesto più logico: mandare in prigione i ladri, a casa i dirigenti, alle ortiche il capitalismo.

Dopo di che cambiare la società consegnando a tutti il potere finora gestito male da poche migliaia di incapaci.