Il Centro di Orientamento Sociale fondato da Aldo Capitini nel 1944 offre uno spazio aperto per la riflessione sulle proposte capitiniane del liberalsocialismo, del controllo dal basso e della nonviolenza attiva per costruire una società aperta al potere di tutti, una religione aperta, una educazione aperta.


EDUCAZIONE APERTA

IL CORAGGIO DI PENSARE

“In francese si dice “questionner”, da “question” (domanda). Domandare: per capire, vederci più chiaro.

Su di noi, sulle cose.

E rompere l’incantesimo di un mondo preconfezionato, scoprire che dietro una verità se ne nascondono infinite…”

Sembra un piccolo problema quello che affronta Camilla Galaschi in “D” del 1.11.2008

“…Avere il coraggio di mettere in discussione le proprie credenze: nulla a che vedere, insomma, con l’italiano questionare”, che è polemica, scontro di opinioni, di fedi.

Domandare per “problematizzare”: in un mondo pieno di risposte, imparare a chiedere può diventare una risorsa preziosa.

Un antidoto contro dogmi e fondamentalismi.

Fin dalla tenera età.

A crederci è Oscar Brenifier, voce di spicco della pratica filosofica d’oltralpe, in Italia meglio conosciuta come counseling filosofico, la filosofia come prassi.

In gruppo o tète-à-tète con il “consulente”.

In azienda, a scuola.

E ora anche all’asilo.

I suoi libri, tradotti in 25 lingue, hanno un pubblico tutto particolare: i bambini.

Il suo ultimo, Il libro dei grandi contrari filosofici (in Italia edito da Isbn), all’inizio non piacque agli editori francesi, scettici di fronte a un tema così complesso.

A convincerli, le illustrazioni “vertiginose”, le ha definite l’autore, del disegnatore Jacques Després.

Fatte di personaggi e paesaggi insoliti, virtuali, coloratissimi. Dall’incontro dei due è uscito un piccolo capolavoro.

Ma perché proprio i contrari?

«Perché sono ciò che struttura il pensiero».

Ma non solo: «Si tratta di un tema che bene si applica alla riflessione, all’esercizio del pensiero. La conciliazione dei contrari, infatti, è possibile in virtù della loro opposizione. Si tratta di un rapporto dialettico».

Quindi critico: «Un contrario non lo è senza l’altro». Ergo: «Fin da piccolo il bambino si abitua a capire che non esiste una sola prospettiva possibile sulle cose e che spesso è solo una questione di scelta, quindi di responsabilità».

E assieme ai libri, Brenifier ha messo a punto gli atelier di pratica filosofica per i più piccoli.

Un’idea nata con la paternità: «Da tempo conducevo alcuni atelier per adulti e adolescenti. Quando mia figlia cominciò ad andare alla scuola materna, proposi alla preside alcuni workshop con i bambini. L’iniziativa non le piacque, disse che il mio metodo metteva in discussione quello utilizzato dalle maestre. La voce però si sparse, e altri direttori mi invitarono».

Fu un successo. Il metodo è quello usato per i più grandi, ma a misura di bambino.

Il principio, quello del “questionnement”: «Filosofare non significa discutere delle proprie opinioni, ma ascoltare ciò che viene detto, analizzare non tanto il “cosa”, ma il “come” e il “perché” delle proprie affermazioni».

Di solito, si inizia con una domanda: «Chi preferisce il peluche di sinistra? Chi quello di destra? Spesso i bambini preferiscono entrambi, non sanno decidersi, perché vogliono tutto, ma soprattutto perché vogliono essere uguali ai compagni. Allora si chiede loro di scegliere, di” singolarizzarsi”, di non seguire la massa. Poi si chiederà loro di spiegare perché hanno scelto quel pupazzetto e non l’altro. Attraverso l’analisi delle risposte che vengono date, il bambino è spinto ad argomentare le sue scelte». Imparare a pensare con la propria testa.

Una pratica dai risvolti sociali: «I bambini che hanno la fortuna di nascere in una famiglia intellettualmente stimolante, predisposta al dialogo, saranno poi coloro che andranno a rimpinguare le file dell’élite del Paese.

E gli altri? Nessuno insegna loro a pensare con la propria testa.

A scuola non c’è tempo. Bisogna concludere i programmi.

Una verità scomoda, e profondamente ingiusta.

In questo senso, la pratica filosofica può giocare un ruolo importante nel contrastare l’ineluttabilità del contesto sociale di provenienza».

Spesso, però, a remare contro è lo stesso corpo insegnante, che si sente esautorato della propria autorevolezza.

A crollare, infatti, è un sistema pedagogico consolidato da più di due secoli, quello basato sulla trasmissione dei contenuti: «Domandate a uno studente di dividere un testo di greco in tre parti e sarà in grado di farlo. Domandategli se gli piace Platone e non saprà cosa rispondere. I ragazzi sono convinti che, in fondo, quello che pensano non è poi così tanto importante, perché non è quello che il sistema scolastico richiede. Molti professori credono che insegnare voglia dire trasmettere dei contenuti. Ma questo non basta: insegnare significa innanzitutto apprendere a pensare». Ovvero: analizzare le proprie opinioni, ascoltare le obiezioni degli altri, eventualmente fare un passo indietro, forgiare nuovi concetti. Consapevoli che il dogma è la morte di ogni pensiero critico: «Lacan diceva, dei philosophes, che sono dei “filousophes”. In francese “filou” vuoi dire mascalzone.

Con questo intendeva quella pretesa, tipica dei filosofi, a voler parlare della filosofia quando in realtà stanno parlando della propria filosofia, senza però accettare che si tratta di una prospettiva particolare.

Ai loro studenti pretendono di trasmettere “il sapere”, che è poi il loro, e la filosofia si riduce a storia della filosofia».

Per questo è necessario un ritorno alle origini: «Nonostante le molteplici resistenze, a scuola come all’università, stiamo assistendo a una progressiva inversione di tendenza, un ritorno alle radici socratiche della filosofia come prassi, maieutica, metodo di pensiero».

A riconoscerlo è stato l’Unesco, che ha chiesto recentemente a Brenifier di scrivere un rapporto sulla filosofia non accademica: «La Francia, a differenza dei Paesi anglosassoni, è il Paese che resiste maggiormente».

Le cose vanno meglio in Italia, dove all’università di Venezia è nato il primo master di pratica filosofica.

«Ma in genere è una disciplina che fa ancora fatica a imporsi». Poco male: «Dopotutto Socrate era circondato da diffidenti. La sua era una forma di resistenza». A colpi di pensiero.”



“Molti professori credono che insegnare voglia dire trasmettere dei contenuti. Ma questo non basta: insegnare significa innanzitutto apprendere a pensare. Ovvero: analizzare le proprie opinioni, ascoltare le obiezioni degli altri, eventualmente fare un passo indietro, forgiare nuovi concetti. Consapevoli che il dogma è la morte di ogni pensiero critico…”

Mettiamo potenti al posto di professori e troveremo la formula con cui la violenza ha governato il genere umano dalle sue origini fino ad oggi.

Capiremo anche perché Capitini giudicava una svolta storica la possibilità che un giorno a guidare le azioni umane possa sostituirsi la nonviolenza, la non menzogna, il rifiuto di uccidere e il rifiuto di imporre dogmi.