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Appello diffuso in occasione dell'apertura del
primo C.O.S. a Perugia
Si costituisce a
Perugia un Centro di orientarnento sociale
(C.O.S.). La direzione non intende insegnare, ma
lavorare insieme con gli altri. Essa ritiene che
l'orientamento sociale non è principalmente
risultato di cultura, ma di esigenze che vivono
nell'animo, e la discussione con gli altri, la
cultura, l'azione, aiutano queste esigenze a
diventare più chiare e concrete.
Il Centro compie perciò l'opera di ascoltare
queste esigenze e di farle sorgere. Il Centro
promuove lo studio dei problemi che la
trasformazione sociale presenta nei diversi
aspetti non solo economico, ma politico,
giuridico, scientifico, morale, religioso,
culturale.
E' a disposizione di tutti e specialmente dei
giovani, ingannati dal fascismo nella loro
formazione e informazione politica. Promuove
conferenze, discussioni, corsi di studi,
pubblicazioni. Apre una biblioteca di libri e
periodici. Aiuta giovani volonterosi e di
condizioni disagiate ad iniziare e migliorare i
loro studi. Aperto a tutti, è sostenuto
dall'iscrizione e dalle offerte volontarie di chi
si interessa in modo speciale alla trasformazione
sociale.
Chi s'iscrive, s'impegna non solo a partecipare
intellettualmente alla vita del Centro, ma a
promuovere la conoscenza e lo sviluppo presso gli
altri, ad aiutare la fondazione di Centri nelle
altre città e nei paesi di campagna, ad offrire,
secondo la propria possibilità, operosità,
libri e denari.
(pubblicato anche in A.Capitini,
Nuova socialità e riforma religiosa,
Torino, Einaudi, 1950, p. 242)
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Le
ragioni del C.O.S.
Questa
unità mondiale, questo universalismo
amministrativo, di diritti, di benessere, di
buona convivenza di tutti gli uomini, non può
essere soltanto sul piano economico politico.
Va bene che le materie prime e le merci circolino
liberamente e vadano dove se ne abbisogna, e
siano abbattute quelle barriere che hanno fatto
sì che in un luogo non si sapeva che fare del
grano e in un altro luogo si moriva di fame; va
bene pure che abbiano fine queste contese, queste
guerre per una città, per un lembo di terra, per
una rivalità di origine storica, e che invece si
allaccino vastissime federazioni internazionali.
Tutto questo va bene, ma non basta, perché
politica, economia sono l'amministratore, sono la
base pratica, ma nell'uomo c'è tanto d'altro. E
la conquista del potere, il raggiungimento del
benessere, sono certamente un bene, ma portano
con sé anche due pericoli, che sono il potere
per il potere, il benessere per il benessere.
Il potere e il benessere sono non fini, ma mezzi
per migliorarci, per essere uomini migliori, più
umani, più buoni, più capaci di avvicinarsi
alla verità, alla bellezza, alle alte vette
della vita, dove si vive qualche cosa di eterno,
di più libero della stessa politica ed economia.
L'uomo chiede a se stesso: perché sono al mondo?
e davanti al dolore, alla morte, davanti alla
gioia stessa, si fa domande, si pone problemi che
vanno oltre la sfera della politica e
dell'econornia. Arrivati a sentire, a vivere, a
realizzare questa grande unità, questa nuova
socialità, che è la nostra patria suprema, noi
sentiamo che la vita del pensiero e dell'animo
acquista un nuovo valore, quello di orientare
entro la socialità, di salvarla dal suo
appesantimento totalitario, di aprirla a vivere
tutte le esigenze, tutta l'umanità.
Gli intellettuali che si sono uniti col popolo,
trovano così un nuovo compito: quello di
ascoltare le esigenze che sorgono nell'animo, di
cercare di soddisfarle. Dalla classe unita,
degl'intellettuali e dei lavoratori, sorgono
perciò coloro, e di qualsiasi provenienza, che
sentono questo problema, di giustificare la
nostra vita nel mondo, di vincere i nostri
limiti, di salire alla libertà della poesia, del
pensiero, della nuova religione.
Qui un operaio, un'umile donna, può insegnare
più di un professore.
(A.Capitini, Nuova
socialità e riforma religiosa, Torino,
Einaudi, 1950, pp. 257-258)
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